I DOTTORI SONO BUONI QUI, E I TOPI ANCHE, E GLI INFERMIERI. NON MI POSSO LAMENTARE.
POTREI ESSERE CHIUSO NEL GUSCIO DI UNA PICCOLA NOCE E SENTIRMI IL RE DELL'UNIVERSO, MA FACCIO BRUTTI SOGNI, E POI SENTO SEMPRE QUELLE MALEDETTE VOCI DAGLI SCARICHI, CHE NON TACCIONO.

sabato 2 aprile 2011

The ward (il reparto), di John Carpenter

Casomai qualcuno fosse preso da un raptus improvviso (e misterioso) e decidesse di uscire di casa col preciso intento di andare a vedere The ward, credo che come minimo dovrebbe essere messo al corrente di certe questioni connesse. Ad esempio c'è la più che buona probabilità che dopo soli cinque minuti (minuto più minuto meno), a sala buia, rischiate di essere assaliti dal dubbio di essere finiti in una macchina del tempo, dritti dritti nel bel mezzo degli anni 80, e questo nonostante il film sia ambientato negli anni 60. Poi avrete l'impressione di averlo già visto, questo film per il quale vi siete scomodati da casa e via discorrendo, e non solo la storia, ma anche gli interpreti che, pur essendo più o meno sconosciuti, si ha l'impressione di aver già visto in decine di film o telefilm o altre mostruosità del genere, e non solo gli interpreti, ma anche le ambientazioni, le battute e, non ultimo, il montaggio. Dopo all'incirca mezz'ora vi sarete convinti di star assitendo alla solita cagata senza senso, e vi mangerete le mani perchè forse avevate pregustato un bel thriller teso, magari con sfumature metafisiche o esoteriche o quel diavolo che è, e invece vi trovate di fronte ad una specie di horror che horror non è, in un'America che avete imparato a conoscere a memoria nella votra infanzia, con le solite bellocce bionde che vengono prese di mira o da qualche pazzo psicopatico o da qualche anima demonica tornata per non si sà quale pertugio nella nostra dimensione. In effetti, più o meno, le cose prendono quella piega. La ragazza bionda di cui sopra corre nel bosco in sottoveste bianca, arriva di fronte ad un fattoria abbandonata (o che si immagina abbandonata, o che si spera abbandonata) e, come se niente fosse, le dà fuoco. Rimane in ginocchio a guardare l'edificio in fiamme. Alle spalle, i campi di grano bruciati dal sole. Arriva la polizia, la prende su (a fatica) e la porta via. Se le inquadrature fossero durate qualche manciata di secondi in più invece di essere tagliate con l'accetta sul più bello, avrebbe potuto sembrare l'incipit di un noiosissimo film d'autore. Invece, in me che non si dica portano la ragazza bionda, che poco alla volta arriva ad apparire quasi belloccia, in un manicomio, o istituto di igiene mentale. Da lì, nel reparto. Nel reparto ci sono altre ragazze: quella più, quella meno, ma tutte fuori di melone, ovviamente. Nel microcosmo del reparto si scatenano le forze oscure del male che minaccerà le ragazze e la bionda protagonista di cui sopra, ormai quasi carina. Tanto carina quanto irriducibile. Negli anni 80 erano i lunghi corridoi vuoti dei college, la notte, a fare paura, qui sono i lunghi corridoi (più che altro un corridoio, neppure poi lunghissimo) del reparto, in contrapposizione all'angustia delle stanze-celle. Insomma, viene fuori che le ragazze poco alla volta scompaiono, che c'è in giro lo spirito di una ragazza misteriosa, una degente di qualche tempo prima che, ad occhio e croce, si intuisce deve aver fatto una fine poco piacevole. Mi fermo. Fino a qui, il film, è di una noia non proprio mortale ma quasi, e si sostiene su effettacci che forse negli anni 80 erano già anche sorpassati (corridoi appunto, e poi fulmini e tuoni a piene mani, manifestazioni spiritiche gommose, qualche scena gore fatta in casa, ecc.). Poi arriva il finale, e le cose cambiano, magari non molto ma un po' cambiano comunque, e all'improvviso vi trovate a pensare che forse, alla fine dei giochi, il film non era quella cagata già vista e rivista che pensavate. Magari non è un capolavoro (anzi, sicuro non lo è), ed è una cagata ugualmente, ma un'altra cagata, diversa da come l'avevate immaginata e temuta dopo i primi fatidici cinque minuti (minuto più, minuto meno). Quindi è bene non svelare come va a finire. Se ne può fare tranquillamente a meno (lo dico io che non sono un appassionato del genere, magari gli aficionados di Carpenter ne usciranno commossi), e non è uno di quei film che rimarrano nè negli annali nè nelle teste degli spettatori. Credo che sia l'ideale per i nostalgici di certo cinema (horror soft - thriller) di un certo periodo (anni 80 appunto). E' uscito nel 2010 e mi pare che i distributori non si siano scapicollati per mandarcelo qui in provincia-Italia il prima possibile.
  Avete presente la Corazzata Potemkin? Ecco, è parecchio diverso.
  Avete presente Halloween, the Fog, e Villaggi (dei) dannati, e Semi vari della follia? E' uguale.



USCITA CINEMA: 01/04/2011
REGIA: John Carpenter
SCENEGGIATURA: Michael Rasmussen, Shawn Rasmussen
ATTORI: Amber Heard, Danielle Panabaker, Lyndsy Fonseca, Mamie Gummer, Jared Harris, Mika Boorem, Leigh-Laura, Sean Cook, Sali Sayler, Jillian Kramer

FOTOGRAFIA: Yaron Orbach
MONTAGGIO: Patrick McMahon
PRODUZIONE: Echo Lake Productions, A Bigger Boat, North by Northwest Entertainment, Premiere Picture
DISTRIBUZIONE: BIM
PAESE: USA 2011
GENERE: Horror, Thriller
DURATA: 88 Min
FORMATO: Colore 2.35 : 1

sabato 26 marzo 2011

La stanza accanto, di Roberto Bolano (da El secreto del mal)

  In una certa occasione, se non ricordo male, mi trovavo in una riunione di matti. La maggior parte soffriva di allucinazioni uditive. Un tipo mi si avvicinò e mi chiese se poteva scambiare qualche parola in privato con me. Andammo nell'altra stanza. Il tipo disse che le medicine lo stavano facendo uscire di senno, ogni giorno mi sento più nervoso, disse, e a volte mi passano per la testa strane idee. Io gli dissi che poteva capitare. Il tipo disse che che era la prima volta che gli capitava. Poi si sollevò il maglione e si grattò l'ombelico. Dentro i pantaloni aveva una pistola. Cos'è?, gli chiesi. Il mio fottuto ombelico, disse il tipo, mi prude, non posso far altro che grattarmelo tutto il giorno. La carne attorno all'ombelico, in effetti, era arrossata. Gli dissi che non mi riferivo al suo ombelico, ma a quello che aveva poco più in basso. E' una pistola?, dissi. Si, è una pistola, disse il tipo, e la impugnò e la puntò verso l'unica finestra della stanza. Valutai se domandargli se si trattava di un giocattolo, ma non lo feci. A me parve una pistola vera. Gli dissi che me la lasciasse vedere. Le armi non si prestano, disse il tipo. Come le macchine e le donne. Se rubi una macchina, puoi prestarla. Io non lo consiglio, però puoi farlo. Se esci con una puttana, anche. Io non lo farei, non presterei mai nessuna donna, però per potere, si può. Le armi no, in nessuna circostanza. E se sono rubate o sono giocattoli?, gli dissi. Neppure, disse il tipo. Dal momento in cui l'arma reca impresse le tue impronte digitali, ormai non la puoi prestare. Lo capisci? Più o meno, dissi io. Stringi un patto con lei, disse il tipo. Cioè devi portarla con te tutta la vita, dissi io. Esattamente, disse il tipo, te la sei sposata e non c'è altro da aggiungere. L'hai messa incinta con le tue fottute impronte e non c'è altro da aggiungere. Responsabilità, disse il tipo. Poi alzò il braccio e me la puntò direttamente alla testa. Pensai, non so se allora o dopo, o forse ricordai di averlo già pensato prima, in modo febbrile e inutile, d'altronde, alla belle inertie di Moreau, la bella inerzia, il processo di composizione secondo il quale Moreau era capace di congelare, di trattenere, di fissare qualsiasi scena, per tumultuosa che fosse, sulle sue tele. Poi chiusi gli occhi. Sentì che mi chiedeva perchè chiudessi gli occhi. La calma di Moreau, la chiamano alcuni critici. La paura di Moreau, la chiamano altri critici meno inclini alla sua opera. Il terrore ornato di gioielli. Ricordai i suoi quadri trasparenti, i suoi quadri "interminabili", i suoi uomini giganteschi e loschi e le sue donne, piccole a confronto con le figure maschili, indicibilmente belle. J. K. Huysmans scrisse riguardo i suoi quadri: << Le scene più diverse suscitano sempre la stessa impressione: di un onanismo spirituale che frequentemente si riproduce in un corpo pudico. >> Onanismo spirituale? Soltanto onanismo. Tutti i giganti di Moreau, tutte le sue donne, tutti i gioielli e tutto l'equilibrio geometrico (o il bagliore geometrico) cadono, in piedi e armati, nel territorio del corpo pudico o della responsabilità. Una notte, quando avevo venti anni ed ero un giovane sensibile, in una pensione in Guatemala ascoltai una conversazione che sostenavano due uomini nella stanza accanto. Uno aveva la voce profonda, e l'altro diciamo che l'aveva come di acquavite. All'inizio, ovviamente, non prestai attenzione alle loro parole. Entrambi erano centroamericani, anche se dall'inflessione e dal tono delle loro voci non dovevano essere dello stesso paese. Il tipo con la voce come di acquavite cominciò parlando di una donna. Lodò la sua bellezza, il suo modo di vestire, il suo sapersi muovere, la sua abilità in cucina. Il tipo dalla voce roca assentiva a tutto. Lo immaginai steso sul letto, fumando, mentre l'altro rimaneva seduto sul suo, al fondo, o magari a metà, già senza scarpe, ma senza ancora essersi tolto la camicia e i pantaloni. Non davano l'impressione di essere amici, forse dividevano quella stanza perchè non potevano fare altrimenti o perchè così facendo gli risultava più economica. Probabilmente avevano cenato assieme e avevano bevuto assieme e in quello consisteva tutta la loro amicizia. Cosa che in quegli anni in Centroamerica risultava più che sufficiente. In più di un'occasione mi addormentai ascoltandoli. Perchè non dormii in una sola tirata fino alla mattina? Non lo so. Forse perchè ero troppo nervoso. Forse le voci dell'altra stanza, in certi momenti, si alzavano di tono, e questo era sufficiente perchè tornassi allo stato di veglia. Il tipo dalla voce rauca, in certi momenti, rise. Il tipo dalla voce come di acquavite disse, o ripetè, che aveva ucciso sua moglie. Supposi che fosse la stessa donna che aveva elogiato prima che mi addormentassi. L'ho uccisa, disse, e poi rimase in attesa della risposta di quell'altro. Mi sono tolto un peso di dosso. Ho fatto giustizia. Di me non ride nessuno. Il tipo dalla voce rauca si girò nel letto e non disse nulla. Lo immaginai di pelle scura, una via di mezzo tra un indio e un negro, più negro che indio, forse un panamense che viaggiava a Panama o fino al nord, fino in Messico e alla frontiera con gli Stati Uniti. Dopo un lungo silenzio durante il quale solo udii rumori strani, chiese all'altro se parlava seriamente, se l'aveva ammazzata davvero. Quello con la voce come di acquavite non disse niente o forse si limitò ad affermare con la testa. Poi il negro gli chiese se voleva fumare. Non è una cattiva idea, disse quello dalla voce come di acquavite, un ultimo tiro e poi dormiamo. Non lo udii più. E' possibile che quello dalla voce come di acquavite si fosse alzato e avesse spento la luce, mentre il negro lo osservava dal letto. Immaginai un tavolino da notte con un posacenere.Una stanza oscura, come la mia, con una finestra piccola che dava su una strada non asfaltata. Quello dalla voce come di acquavite sicuramente era magro e bianco. Un tipo nervoso. L'altro, nero e grande, pesante, di quelli che perdono la calma solo in rare occasioni. Per diverso tempo rimasi sveglio. Quando credetti che si fossero addormentati mi alzai, cercando di non fare rumore, e accesi la luce. Mi misi a fumare e poi a leggere. L'alba non arrivava mai. Quando alla fine mi vinse un'altra volta il sonno e spensi la luce e mi stesi sul letto, ricominciai a sentire rumore nella stanza accanto. Una voce di donna, come se parlasse con le labbra incollate alla parete, disse buona notte. In quel momento contemplai la mia stanza, che aveva tre letti, come la stanza accanto, e fui invaso dalla paura e dalla voglia di lanciare un grido, ma lo ricacciai indietro perchè sapevo che dovevo farlo.




  traduzione dvd illevir

venerdì 18 marzo 2011

Burke & Hare, ladri di cadaveri

La storia è vera, ci ricorda un'avvertenza nei titoli di testa, almeno quelle parti che non sono false. E in effetti, la storia è quella reale occorsa alla fine dell'800 (1827-1828, il periodo dei delitti) ad Edimburgo, quando i cadaveri erano estremamente ricercati al mercato nero come mezzi indispensabili per far progredire la scienza medica. I personaggi storici sono numerosi, dai due protagonisti Hare e Burke (seppur con biografie un po' diverse) Samuel Coleridge e William Wordswoth, fino al professor Knox, l'utilizzatore finale dei cadaveri, che all'epoca, pur avendo capito cosa stava capitando, chiuse un occhio per il buon servigio che così facendo apportava alla scienza, ed alla sua reputazione. Anche la moglie di Hare è una figura storica, anche lei complice dei traffici del marito e dell'amico del marito. Da quel che se ne sa, i veri Burke e Hare (più signora) erano nettamente più sgradevoli della loro odierna versione cinematografica, avidi, senza scrupoli, e con poco senso dell'umorismo (ma su quest'ultimo aspetto non ci sono fonti certe nè verosimili). All'epoca, la scienza medica poteva usare, per i suoi scopi, solo morti enne enne, vale a dire di sconosciuti, o di gente che era stata giustiziata. Per quanto c'è da immaginare che non fossero poi pochi, evidentemente, come si suol dire, i cadaveri non bastavano mai. Forse sarebbe stato necessario giustiziarne di più. Tant'è. La storia è conosciuta, molto nel Regno Unito, e in parte anche qui da noi (io la lessi su un libro cartonato rosso Mondadori - credo - sui misteri e delitti famosi, ma ero giovane e non so se faccia curriculum), e se non la si conosce si fa presto ad immaginarla: i due (che non se la passavano per nulla bene a finanze) incappano casualmente in un cadavere e scoprono che ci si può fare dei soldi (infatti lo vendono al dott. Knox, l'utilizzatore finale), subito dopo intuiscono che i cadaveri - malauguratamente - non piovono dal cielo, e un attimo dopo, come viene detto nel film, decidono di mettersi in affari. Fare affari coi cadaveri, avendo già il compratore, vuol dire in buona sostanza procurarsi la materia prima. Se la materia prima scarseggia e il mercato pressa con le richieste (probabilmente, secondo le leggi dello stesso, anche alzando il valore della merce), allora ci si fabbrica il bene di scambio. Vale a dire, il morto lo si fabbrica in casa. Burke e Hare, con benedizione ed aiuto della gentile consorte di Hare, diventano così degli assassini, e alla fine anche piuttosto benestanti. Non credo di essere un visionario se mi permetto di vedere in questo film un satira sul mercato e sulle sue leggi, leggi non morali ma empiriche, e se credo di scorgere una critica assai poco velata alla avidità umana, ed all'ipocrisia delle nostre società (passate, come nel caso in questione, presenti e future). Il boia, una sorta di narratore, un personaggio tutto sommato simpatico, si trova a condannare i due protagonisti perchè facevano soldi sui morti proprio nel momento in cui intasca un sacchetto di monete e lascia che venga portato via il cadavere di Burke. Forse in questo punto Landis ci strizza l'occhio e ci ricorda che lui non è diverso dai suoi personaggi, anche lui sta facendo i soldi coi morti, proprio quei morti che stiamo vedendo noi sullo schermo. Poi, in tutto questo bailamme di vittime e carnefici, c'è la storia d'amore tra Burke e un'attricetta graziosa (ed ex prostituta. "C'è differenza?", si chiede un personaggio) con mire shakesperiane, c'è l'invenzione della fotografia, ci sono Coleridge e Wordswoth cui viene impedito di entrare in un locale alla moda, ci sono i dottori e il loro ego, c'è la torma cenciante e malaticcia che è la popolazione dell'epoca, ci sono le impiccagioni alle quali il popolo assiste come noi assistiamo ai film (ma per loro era gratis). Tutti giudicano e tutti (o quasi) si vendono (e chi non si vende, vorrebbe poterlo fare). Una sceneggiatura non all'altezza dei precendenti storici di Landis abbassa di qualche punto il giudizio, ci sono gag che portano a sorridere, a volte, altre volte neppure a quello, ma il film rimane un buon film. Una magnifica scenografia che ci riporta nel bel mezzo della vita squallida e maleodorante dell'Edimburgo dell'epoca, una storia che nel suo complesso è ben strutturata, solida, con qualche guizzo ma non troppi. Qualche guizzo in più non avrebbe guastato, o magari un po' più di verve in generale. Per essere un film girato da un americano è un film piuttosto europeo, esattamente come, all'opposto, Sherlock Holmes di Guy Ritchie (brittanico) era un film estremamente americano. Buoni gli intepreti. Forse in certi casi anche molto buoni. E in più un cameo di Christopher Lee, nei panni di un morituro (che poi in effetti, nel breve volgere di un attimo o poco più, muore). Non vorremmo che più che un camero fosse una sorta di coccodrillo e, se anche così fosse, il film ce lo spiega: i soldi si fanno coi morti.

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Ladri di cadaveri - Burke & Hare

 

Un film di John Landis. Con Simon Pegg, Andy Serkis, Isla Fisher, Jessica Hynes, Tom Wilkinson. Titolo originale Burke and Hare. Commedia, durata 91 min. - Gran Bretagna 2010.

giovedì 10 marzo 2011

Poesia, di Pacciani P.

Il mondo è pien di spasimi e lamenti
l'eco lo sentiremo da lontano
si partirà per luoghi sconosciuti
si va in pensione senza contributi.

Pacciani Pietro

domenica 6 marzo 2011

Il discorso del re

  Se diamo retta ai brevi riassunti che dovrebbero invogliare l'entuale pubblico ad armarsi di buona voglia, lasciare le proprie poltrone casalinghe ed avventurarsi in cerca di una sala cinematografica, questo film parlerebbe dell'angoscioso problema di re Giorgio VI (Bertie per gli amici, pochi), cioè la balbuzie, e dei suoi sforzi per vincerla in vista del discorso alla nazione più importante dell'epoca, e cioè quello che annunncia l'entrata in guerra del Regno Unito contro la Germania Nazista. In realtà, se così fosse, non avrebbe senso darsi tanta pena per cercare la sala più vicina, trovare parcheggio, spendere i propri soldi e via discorrendo. Per fortuna, c'è molto di più. E' un film storico, nel senso che ciò che vi è narrato fa parte della storia, vi è in essa inscritto, ma in maniera intima, anche drammatica per certi versi, e per altri buffa. E' una storia famigliare e casalinga che sostiene ed è sostenuta dalla grande storia nella quale si sta immettendo. Parliamo delle paure di un essere umano a ricoprire un ruolo, ad essere all'altezza delle attese del suo popolo, ad essere all'altezza del giudizio che la storia vorrà riversargli addosso.Un uomo, che per quanto reale purosangue, intriso fin nel midollo di codici comportamentali elitari (e più), rimane solo un uomo, meno sicuro del fratello, meno carismatico del padre, e con l'handicap, terribile per l'epoca, della balbuzie. L'uomo, il re, deve combattere contro sè stesso per giungere al momento culminante: confrontarsi con la propria voce. Sarà di quella che si nutrirà il popolo inglese. Una voce. Una voce che dovrà rivaleggiare con quelle forti e trascinatrici di Hitler e Mussolini. Una voce che non riesce a finire una sola parola senza impappinarsi almeno tre o quattro volte. Bertie troverà sulla sua strada Lionel Logue (Geoffrey Rush, fenomenale), un logopedista dai metodi personali (e più o meno ortodossi) ma efficaci, che scaverà in lui, nelle sue corde vocali e, soprattutto, nella sua vita rigida e intrisa di paure fino al midollo. Il film è questo: la crescita di un uomo e delle sue paure, di un uomo con le sue paure, di un uomo che riesce ad affrontare responsabilità enormi nonostante le sue paure e che, poco alla volta, assume una figura, un portamento (vedere le riprese da dietro le spalle, in uniforme, prima e dopo il discorso radiofonico) e una grandezza che alla fine sarà la storia stessa a riconoscergli. Un gran bel film, assolutamente consigliato e da consigliare, al quale i trailer che passano in tv non rendono giustizia. Interpretazioni eccellenti, non solo di Colin Firth (Oscar come migliore attore), ma anche di Geoffrey Rush, Elena Bonham Carter e Guy Pearce su tutti. L'unico neo è l'interpretazione di Timothy Spall, colui che dovrebbe essere Winston Churchill (!), e che invece si limita a piegare gli angoli della bocca verso il basso e a camminare come se fosse un cow boy appena sceso da cavallo. Per il resto un ottimo film.

USCITA CINEMA: 28/01/2011
REGIA: Tom Hooper
SCENEGGIATURA: David Seidler
ATTORI: Colin Firth, Guy Pearce, Helena Bonham Carter, Timothy Spall, Geoffrey Rush, Jennifer Ehle, Derek Jacobi, James Currie, Tim Downie, Michael Gambon, Anthony Andrews, Eve Best, Claire Bloom

domenica 27 febbraio 2011

Biutiful, di Alejandro Inarritu


Alejandro Inarritu è senza dubbio un grande regista, quantomeno a mio parere. Ha girato un capolavoro, Babel, un film magnifico, Amores Perros, e un bel film tanto noioso quanto sopravvalutato, 21 Grammi. Ora arriva nelle sale italiane la sua ultima fatica, Biutiful, il primo scritto senza avvalersi della solida mano dello scrittore e sceneggiatore messicano Guillermo Arriaga (dopo il litigio con Inarritu gira il film Burning Plane, di cui è sceneggiatore e regista), e si sente. Cioè si sente la sua mancanza. Innanzitutto ne risente la struttura stessa della storia che ora non si avvale di più storie che avanzano ad incastro, ma segue un fluire lineare, dove solo l'inizio e la fine del film si riuniscono a specchiarsi. L'inizio è la fine, e viceversa. E poi, più in generale, ne risente una certa qualità d'insieme, un occhio da scrittore che sappia soppesare il materiale che ha in mano e, soprattutto, che sa quando sfoltire e andar via leggero e quando, viceversa pigiare la mano. In questo caso la pellicola avrebbe tratto vantaggio dall'opera di una mano che sapesse appesantire troppo la trama, che risultà così troppo caricata. Arriviamo al punto: stiamo parlando della storia di un uomo che scopre di avere il cancro e di potersi giocare solo un paio di mesi di vita. Quest'uomo è anche padre di due figli, che vorrebbe non dover lasciare. Sempre quest'uomo vive in un eterno tira e molla con la moglie, afflitta da disturbo bipolare della personalità, vittima di sè stessa e del suo male, afflitta da comportamenti autolesionistici e incapace di badare ai due figli. Quest'uomo vive a Barcellona, una Barcellona tristissima, se non cattiva comunque insensibile, grigia e post industriale come mai nessuno l'aveva mostrata, e per vivere procaccia lavori in nero ad un industriale irregolare cinese, sfruttatore dei propri stessi concittadini, inoltre cordina un gruppo di venditori abusivi senegalesi e paga la polizia perchè chiudo un occhio su tutto questo mondo. In più quest'uomo ha un dono, parla coi morti e li aiuta ad andare dall'altra parte, nell'aldilà. Ha un fratello mezzo delinquente e gaudente che approfitta delle turbe della moglie. Qualche fotografia del padre che sono l'unico ricordo che di lui, non perchè non abbia altro del genitore (e può darsi che effettivamente non abbia niente di lui) quanto perchè proprio non lo ricorda neppure. La mamma, manco a parlarne. Questo elenco per dire che i toni scuri sono troppo sovraccaricati. Ed è il principale difetto del film che, al di là di questo, rimane un bel film. Innanzitutto perchè è girato da Inarritu, cioè con sapienza e sicurezza. Ottima la scelta di mostrare il volto freddo e triste di una città che, qui, perde qualsiasi connotazione turistica o da quadretto melenso alla Woody Allen di Vicky Cristina Barcelona (dubito che ci siano in giro voci secondo cui Inarritu ha preso soldi dalla Generalitat de Catalunya per girare questo film a Barcellona). E poi, pur non essendo ai livelli di Arriaga, la sceneggiatura rimane comunque solida e sa portare per mano lo spettatore dall'inizio fino alla fine del film, cioè dall'inizio all'inizio, come ho già accennato poco sopra, o per meglio dire dalla fine alla fine. Poi c'è la principale virtù di questo Biutiful, e cioè l'interpretazione di Javier Bardem, semplicemente eccezionale. Inarritu ha spiegato in un'intervista di aver chiesto a Bardem di recitare per sottrazione, senza appesantire il personaggio, e in effetti il suo attore lo ha fatto in maniera ineccepibile. Se rimane un buon film e, soprattutto, un bel film, buona parte del merito va a Bardem, questo è indubbio. Se dovesse vincere l'Oscar, questa volta come miglior attore protagonista, non ci sarebbe nulla da eccepire, piuttosto ci sarebbe da chiedersi come ha fatto a vincerlo come attore non protagonista per l'interpretazione del killer psicopatico nel film dei fratelli Cohen "Non è un paese per vecchi" (una vera porcata, e lo dice un fan dei Cohen!). Ottima anche l'interpretazione di Hanaa Bouchaib, che ha il ruolo della figlia.
  E' un film sulla morte, sul suo significato, e sulla vita e sulla sua mancanza di significato. Una storia sul rapporto tra un padre e i suoi figli. Di un uomo che cerca disperatamente di mettere ordine nella sua esistenza (e in quella di altri) senza mai riuscire nell'intento. Cosa c'è là?, domanda Bardem con l'ultima battuta del film.

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Biutiful

Un film di Alejandro Gonzalez Inarritu. Con Javier Bardem, Maricel Álvarez, Eduard Fernández, Diaryatou Daff, Cheng Tai Shen.
continua»
Drammatico, durata 138 min. - USA 2010.

sabato 12 febbraio 2011

Venerabili oggetti volanti, sempre ad Ar Core.




I nostri inviati - valenti tra l'altro - sprezzanti del pericolo e ineluttabilmente affascinati dal mistero sono riusciti a mettere le mani su documenti indubbiamente interessanti riguardanti gli avvistamenti di ufo ad Ar Core, addirittura si parlerebbe di incontri ravvicinati di vari tipi. Aggirandosi tra le brume notturne del centro brianzolo, saggiandone i territori boschivi coperti di muschi, funghi e licheni, sono incappati in diversi personaggi notturni piuttosto inquietanti, non tutti per forza sopraggiungenti da pianeti e/o galassie differenti dalla nostra. In realtà i boschi attorno ai luoghi degli avvistamenti più o meno recenti di notte pullulano di tipologie per lo più sub umane assolutamente inquietanti (e qui potete capire perchè mi riferisco ai nostri inviati quali valenti e sprezzanti del pericolo): abbondano, tra la flora notturna, gli avvocati che si abbandonano ad atti innaturali ed a pratiche innominabili (vedi alla voce Barthelme Donald), animali non riconducibili a speci conosciute ed indicate sui normali manuali di zoologia classica ma che, assurdamente, si possono trovare nei manuali medievali di zoologia fantastica e nei grimoire più delle medesime epoche, soprattutto in ambito suino (anche qualche ovino, ma in numero assai minore), ed infine (anche se al peggio non v'è mai fine, e quindi rimando alle prossime puntate) piccoli omini - e donnine - non verdi o grigi, come sarebbe logico attendersi, bensì viola. Sono in tutto e per tutto uguali a noi, o quasi, e differiscono da un normale essere umano, oltre che per il colore dell'epidermide, viola appunto (alcuni sono più sui toni del lilla), per la sinistra caratteristica che non sono muniti nè di anima, nè di vista laterale nè tantomeno di patenti, tessere sanitarie, bancomat, tessere del videonoleggio e via discorrendo. Uno di questi esseri, avvicinato dal nostro impavido giornalista, dopo una trattativa durata tre ore e quarantasette minuti (ore terrestri) si dice disponibile a fornire una serie di materiali che definisce scottanti, anche se non è chiaro cosa possa intendere un essere viola con la parola "scottante".
L'essere scompare per qualche istante e quando torna ha in mano una comune chiavetta da pc, di quelle che si possono comprare per pochi euro in qualsiasi supermercato del cazzo, anche vicino casa. Lascia il materiale al nostro inviato (il cui nome preferiamo omettere per ragioni di sicurezza e di garbo istituzionale), gli strizza l'occhio, o quello che pare a tutti gli effetti essere uno dei suoi due bulbi oculari, e gli sussurra con voce suadente nonchè in perfetto inglese oxfordiano privo di inflessioni spurie, che si sarebbe fatto vivo lui non appena avesse avuto modo di mettere le mani su altro materiale ancora più "scottante". Il tizio viola pare dimostrare una certa gioia nel pronunciare la parola "scottante", e infatti quando lo fa sorride.
Segue uno dei due video (si trattava di due file video, il contenuto della chiavetta marca TDK):


E poi ancora il secondo sconvolgente file video:





Le parole del venerabile essere che viene intervistato in questi due file video sono indubbiamente di oscuro significato (certamente lo sono per il lettore comune) e non si capisce (anche se lo si può facilmente intuire) se, quando accenna a personaggi provenienti dall'esterno dell'Italia, faccia o meno riferimento ad esseri, o comunque ad entità biologiche, di natura strettamente extraterrestre (immaginiamo provenienti dal pianeta A-Mery-Ca). I nostri esperti in redazione stanno cercando di approfondire i contenuti, e dunque contemporaneamente di verificarne l'attendibilità, e anche se per ora il loro lavoro si può dire solo al principio, noi abbiamo ritenuto indispensabile pubblicare questi documenti, quantomeno come testimonianza di un periodo storico, che per L'italia ha inizio sostanzialmente con la sua fondazione e che si espande fino all'istante presente, e dell'humus culturale che ha portato i supposti extraterrestri ed extraumani (sub umani?) a scegliere il nostro Bel Paese come obiettivo principale delle loro demenziali scorribande. I mutamenti culturali, antropologici ed antropometrici susseguenti ne sono evidente testimonianza, quantomeno a nostro modesto avviso. Il paese, il nostro, ed Ar Core innanzitutto, intendendo qui Ar Core quale microcosmo esemplificativo e rappresentativo dello stato dell'Italia intera, circa vent'anni fa non era la merda che è ora (questo per parlar sotto metafora con la bella lingua dei padri fondatori della nostra letteratura). Ringraziamo l'essere viola che si è prestato ad esserci da informatore e che, speriamo, non interrompa il canale di flusso informativo che lui stesso ha accettato di attivare. Tra l'altro si è comportato col massimo rispetto nei confronti del nostro valido inviato, senza sottoporlo a nessuna delle inquietanti pratiche sessual esoteriche che pare siano la norma nella zona da quando sono stati effettuati i primi avvistamenti in loco, ormai anni addietro.
Gli inviamo i nostri più caldi ringraziamenti e il simbolo della pace universale (come è risaputo: un nano da giardino con un ferro rovente piantato nel culo)