I DOTTORI SONO BUONI QUI, E I TOPI ANCHE, E GLI INFERMIERI. NON MI POSSO LAMENTARE.
POTREI ESSERE CHIUSO NEL GUSCIO DI UNA PICCOLA NOCE E SENTIRMI IL RE DELL'UNIVERSO, MA FACCIO BRUTTI SOGNI, E POI SENTO SEMPRE QUELLE MALEDETTE VOCI DAGLI SCARICHI, CHE NON TACCIONO.
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mercoledì 29 febbraio 2012

Hysteria, di Tanya Wexler

Questo film, una corpoduzione tra Gran Bretagna, Francia e Germania, oltre ad essere un piccolo gioiello è indubitabilmente la pellicola col più alto tasso di gambe spalancate senza per questo essere un porno. Di più, non ha nulla di volgare nè di pruriginoso. Anzi, è divertente, leggero ed impegnato al contempo. Con impegnato non intendo dire che sostenga la battaglia - sacrosanta - di chi gira un film per difendere la giraffa nana dell'Antartide occidentale messa a rischio dal riscaldamento globale e dalle troppe sedi di MacDonald aperte in loco. Si tratta di un impegno diverso, un impegno su una lotta che altri hanno combattutto e, se Dio vuole, vinto. Che la scienza ha vinto in una strenua battaglia contro sè stessa, una scienza, ci mostra il film, un tantino sbilenca, sia quella vinta che quella vittoriosa. Sbilenca vista da qui, dal nostro punto di vista, attraverso la lente degli anni che sono trascorsi. Una battaglia che ha partorito risultati importanti e liberatori, ma un tantino differenti tra loro. L'abolizione (col tempo, non subito, nel 1952) della diagnosi di isteria femminile legata a... più o meno tutto... stress, depressione, stanchezza, rabbia, e via e via e via. E, in secondo luogo, l'altro risultato, quello che più rende appetibile e divertente il film ai palati anche meno sopraffini: il vibratore. Il film ci mostra come nasce l'invenzione di quello che oggi è comunemente conosciuto come vibratore (in spagnolo, impagabile: consolador). Nasce in ambito medico, nell'ambito della medicina dell'epoca che curava (o credeva di curare) l'isteria femminile del titolo. nasce da un medico che a furia di massaggi vulvici (o vaginali o come diavolo si chiamavano) si trova a non poter più usare appieno il proprio braccio destro. Quindi viene partorita da un medico con un braccio menomato da troppe vagine isteriche e dal cervello di un amico del detto medico (l'eccellente e miracolosamente uguale a sè stesso Rupert Everett), un nobile annoiato ed appassionato di elettricità (i primi telefoni, piumini rotanti per la polvere e via discorrendo).

 Quello che resta è un medico (e soprattutto un inglese) vecchio stampo, sono due sorelle troppo diverse l'una dall'altra, così diverse da essere esattamente agli antipodi, sono una società che cambia troppo in fretta e al contempo troppo lentamente, in maniera troppo radicale a livello sotterraneo e per nulla o quasi a livello di convenzioni sociali, quello che resta è l'eterno duello tra forze innovatrici e forze conservatrici, tra uomini e donne, tra poveri e ricchi ed è soprattutto il medico - il protagonista del film - che si trova nel mezzo di tutte queste tensioni che si sviluppano (e si avviluppano) con forza inaudita ma sempre in punta di fioretto, come se si trattasse di una discussione tra gentiluomini all'ora del thè. Quello che resta è la condizione delle donne in un epoca non troppo lontana dalla nostra, e dei poveri, e delle donne povere, è la visione del sesso di un'intera società divenuta famosa per il detto "niente sesso, siamo inglesi", e delle nevrosi che tale rinuncia alla giocosità dello stesso porta inevitabilmente con sè.
  Che dire? Magnifiche le scenografie. Ottima la sceneggiatura che gioca sui toni della commedia senza scadere nell'ovvio o nel volgare, che ammicca all'impegno sociale senza per questo divenire tediosa nè tantomeno didascalica. Buone le interpetazioni, supportate da una regia classica ma solida e dal lavoro fatto dagli sceneggiatori sui dialoghi e sulla rotondità dei personaggi.
  Una commedia divertente, seria, compatta, come sanno fare gli inglesi, come una volta, con altre caratteristiche, sapevamo fare anche noi, prima di essere invasi da cinepanettoni, notti prima degli esami, commediucole adolescenziali, e checchizaloni vari.
  Consigliatissima.


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Hysteria

Un film di Tanya Wexler. Con Maggie Gyllenhaal, Hugh Dancy, Jonathan Pryce, Rupert Everett, Ashley Jensen.
continua»
Titolo originale Hysteria. Commedia rosa, durata 100 min. - Gran Bretagna, Francia, Germania 2011. -

venerdì 17 febbraio 2012

Kosmos, di Reha Erdem (2010)

  Un tizio si trascina in una steppa innevata fino a giungere ad una città (o cittadina o centro abitato): praticamente è come se ci cadesse dentro. Come prima cosa cerca una pietra ai lati del fiume sotto la quale nascondere un mazzo di banconote, giusto quando nelle acque gelide del fiume scorre il corpo di un bambino. La sorella del bambino, dall'altro lato del fiume, urla. Il tizio si getta tra le acque e recupera il bambino, se lo stringe al petto e lo scuote, emettendo urla insensate che paiono essere una via di mezzo tra l'urlo di un muhezzin e il verso di mille ghiandaie impazzite. Il bambino è sano e salvo e la sorella se lo porta via. Siamo in una qualche cittadina turca presumibilmente ai confini con la Russia, un posto molto bello e terribilmente freddo. Il padre del bambino salvato trova il tizio e lo ringrazia mettendosi a sua disposizione perchè abbia da mangiare ed un posto dove dormire lontano dai rigori del gelo. Il tizio, di tanto in tanto, incrocia la sorella del bambino salvato e - semplicemente - si rincitrullisce, prende ad emettere il suo verso assurdo e, cosa ancora più ridicola, lei gli risponde a tono, vale a dire emettendo versi strani pure lei. Una scappa, l'altro la insegue, e quando si trovano (quando cioè lei si lascia prendere) si girano attorno l'un l'altro e fingono di mordersi mimando qualche danza animalesca non ben chiara. In un'occasione nel corso del film, vincono la gravità e volano in giro per la stanza dove il tizio - Kosmos - ha trovato dimora. Il padre della ragazza e del bambino salvato - che indoviniamo essere vedovo - lavora in un macello, e la regia ci porta spesso sui primissimi piani delle bestie, sui loro occhi, e sui loro corpi squartati (il padre risponde alla figlia che gli domanda se le bestie sanno di dover morire, che loro sono pure contente di doverlo fare, perchè quello è il loro ruolo). Poi c'è il bar, che è il punto d'incontro di molte delle storie (storie?) che s'intrecciano nel film, dove Kosmos dovrebbe darsi da fare per guadagnarsi due soldi come cameriere-tuttofare ed essere accettato dalla comunità, ma dove in realtà non combina nulla. Gli avventori, tutti vecchi, continuano a sostenere che la loro città è abitata solo da persone buone e che, da loro, il male non attecchisce. Però in sottofondo sentiamo in continuazione rumori di aerei e di bombe, come se una battaglia si stesse svolgendo nelle vicinanze e si stesse, poco alla volta, avvicinando. Oltre alla bella ragazza che ulula e che pare essere l'unica a capire in qualche maniera Kosmos, ci sono un bambino che non parla e lancia pietre (e viene sonoramente pestato dai suoi coetanei), una donna che zoppica e che si fionda in farmacia a comprare dei medicinali non appena le è possibile, ma che puntualmente viene riportata indietro da una parente non meglio specificata, una maestra con vent'anni di insegnamento sulle spalle che arriva in città e che non è esattamente felice di essere finita in culo al mondo (non usa proprio queste parole), un gruppo di fratelli che se ne vanno in giro con la bara del padre morto sulla macchina e incolpano uno di loro della morte del genitore, delle oche che se ne vanno in giro per i vicoli sculettando sul ghiaccio (sequenza magnifica!) e un vecchio catarroso. Ora, oltre a non avere una gran voglia di lavorare, come risulta evidente innanzi tutto al barista, che presto si stufa di regalargli tazze di thè e di cercare di convincerlo a lavorare per lui (o per chiunque altro), Kosmos ha la malsana abitudine di rubare. Tra l'altro ruba mazzette di soldi che puntualmente gli vengono sottratte o che lui stesso cede ad altri. Si nutre di thè e zucchero. E straparla. Non che gli altri abbiano un eloquio anche solo vicino alla normalità (quantomeno per gli standard europei) ma lui veramente è di fuori, pare un predicatore sotto acido e, dopo aver infilato un paio di frasi una di seguito all'altra (frasi che paiono sentenze e tirano in ballo Dio, il creato, la morte, il vento e via discorrendo) la gente che dovrebbe ascoltarlo getta la spugna e si mette a fare altro o a pensare ai fatti propri. L'aspetto positivo di Kosmos, altrimenti un semplice bon savage un po' (e non solo un po') tocco, è
che pare avere dei poteri taumaturgici o qualcosa del genere. La gente comunque lo considera uno sciamano. In realtà dal film non è così chiaro se, a parte il fatto che ad un certo punto vola (ma con lui pure la ragazzina), abbia realmente dei poteri. Potrebbe trattarsi di fatti  più o meno casuali che la gente interpreta come connessi ad una qualche capacità particolare dello stesso Kosmos. A volte, si arrampica sugli alberi. Poi, mentre cerca di guarire un bambino, che in realtà ha solo smesso di parlare perchè si sente in colpa per aver annegato un gattino, il cielo viene attraversato da una scia di fuoco. Il bambino lo interpreta come il segno che aspettava per poter tornare a proferir favella, e tutti e due seguono la scia di fuoco fin nella steppa, dove trovano un qualcosa (un aggeggio, un coso, forse roba militare forse no, boh?) caduto dal cielo. Il bambino alla fine muore. Finelmente parlando, ma comunque muore. Per Kosmos si mette male e in seguito ad altre faccende deve scappare dal villaggio, inseguito dalla gente e dall'esercito, e si ritrova più o meno dove era partito, in mezzo al bianco più assoluto, da solo, fuggendo più che altro dalla sua follia. Kosmos è una sorta di Rasputin mezzo scimunito che, immagino, voglia simboleggiare qualcosa: la forza vitale e selvaggia, l'inconsapevolezza della purezza, il non senso della vita... vai a sapere, ma onestamente non è un personaggio poi così indimenticabile. Anzi, terminato di vedere il film, si fa tutto il possibile per rimuoverlo dalla propria memoria. Ma il film, per fortuna, non è solo Kosmos. Non è solo la sua trama, che è come se non ci fosse o, essendoci, rimanesse volutamente incomprensibile, di modo che lo spettatore possa provare l'esperienza inebriante di sentirsi un perfetto imbecille. Per fortuna c'è la fotografia, che è straordinaria, ci sono i posti (il villaggio microcosmo al cui interno vigono regole che in un orizzonte più ampio neppure lo spettatore più malleabile potrebbe accettare come verosimili), le immagini ed una regia di tutto rispetto, a tratti veramente notevole. Diciamo che, lo stesso film, girato a Quartoggiaro, dopo cinque minuti uno si alza e se ne va.
  Rimane il rimpianto che, qualora il regista avesse optato per dei dialoghi anche solo un poco meno deliranti e magari avesse dato un impianto appena più razionale alla storia, sarebbe potuto essere un capolavoro.



lunedì 12 dicembre 2011

Balada triste de trompeta (Ballata dell'amore e dell'odio), di Alex de la Iglesia

 In Spagna è uscito alla fine del 2010, da noi è stato annunciato diverse volte e chissà se davvero si decideranno a mandarlo nei cinema a carnevale 2011. Il titolo si ispira ad una ballata cantata da Rafael, cantante spagnolo: Balada de la trompeta. Ed è l'ennesima geniale follia del regista spagnolo Alex de la Iglesia, vincitore del Leone d'argento a Venezia come miglior regia. Come ogni opera di genio è imperfetta, imperfetta perchè strabordante, barocca, eccessiva, ma è cinema allo stato puro. Fotografia, regia ed interpretazioni che s'incastrano alla perfezione e sono, esse stesse, perfette. Certamente un film culto. Il film comincia con l'interruzione di uno spettacolo di un circo da parte delle truppe Repubblicane che reclutano a forza ogni adulto presente, uno dei quali è il Pagliaccio Allegro, quello che fa ridere i bambini. Segue scena delirante in cui il Pagliaccio corre menando fendenti con una spada e facendo a pezzi i franchisti che, però, per sua sfortuna, vincono e lo prendono prigioniero. Il Pagliaccio lascia suo figlio Javier ad arrabattarsi solo nella vita di tutti i giorni, a vivere un dolore dietro l'altro, primo tra tutti l'esistenza priva di libertà sotto una dittatura, e privo di padre. Il figlio non potrà così diventare il Pagliaccio allegro, come suo padre, perchè si porta dentro un fardello troppo pesante di sofferenze, ma diventerà il Pagliaccio Triste, il contraltare del ruolo del padre. Divenuto adulto riuscirà ad entrare in un circo scalcinato a coronare il suo sogno, ma qui si scontrerà col Pagliaccio Allegro, Sergio, uno psicopatico dispotico fidanzato di Natalia, la trapezista dolce e sottomessa, incapace di ribellarsi alla violenza cieca del compagno che, nonostante tutto (forse) ama, o crede di amare. Da qui in avanti si sviluppa una trama melodrammatica e barocca eccessiva, a tratti violenta, che gioca tutto sulla contrapposizione bene-male ed amore-odio dove, però, gli estremi finiscono inevitabilmente per confondersi e divenire pericolosamente simili. I due pagliacci si contederanno la bella Natalia come una preda, ciechi di volontà di possesso l'uno e di amore l'altro. po Una selvaggia cavalcata un po' pulp lungo la storia recente della Spagna (assistiamo in diretta all'attentato spettacolare a Carrero Blanco, vedi film Ogro) dove Natalia è la Spagna e Sergio e Javier sono le forze che se la contendono, senza esclusione di colpi, senza valutare le conseguenze delle loro azioni.



E' un film sull'amore e sulla follia ma è pure, e anzi, soprattutto, un film sulla guerra civile e sulla follia e sull'amore che questa sottende. Il circo scalcinato è la società spagnola, un po' imbambolata, un po' sognatrice e un po' eroica nella propria stoica coerenza, ma comunque incapace di mettere fine alla folle disputa.




Ci sarà chi lo adorereà e chi lo odierà, questo film, proprio per le sue caratteristiche intrinseche, ma rimane un enorme atto di amore verso la Spagna e la sua storia recente. Per quanto incredibile possa sembrare, la stessa storia avrebbe potuto portarla al cinema Almodovar, con modi diversi, ma credo sempre con risultati eccellenti (in fondo è un drammone melodrammatico un po' folle). E' sintomatico come gli autori spagnoli si confrontino spesso con la storia franchista e col periodo della guerra civile, e come spesso la facciano toccando corde inaspettate (ad es.: La spina del diavolo, Il labirinto del fauno), e con risultati non di rado ottimi. Una capacità di rischiare che il cinema nostrano pare aver ormai perso.
   La canzone portante della colonna sonora è Corazòn contento, di Marisol, che si fonde alla perfezione con una delle scene che è già una scena simbolo del film.




N.B.: non male la scena in cui Javier, Pagliaccio Triste ormai folle, morde la mano al generalissimo Franco!

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  • Ballata dell'odio e dell'amore INFORMAZIONI

  • TITOLO: Ballata dell'odio e dell'amore
  • TITOLO ORIGINALE: Balada triste de trompeta
  • GENERE: Commedia, Guerra, Dramma
  • ANNO DI DISTRIBUZIONE:

Carlos Areces ...
Javier
Antonio de la Torre ...
Sergio
Carolina Bang ...
Natalia

Manuel Tallafé ...
Ramiro

domenica 15 maggio 2011

Con gli occhi dell'assassino (Los ojos de Julia), di Guillem Morales

 Sarà forse un caso che questo "Con gli occhi dell'assassino" (titolo originale: Los ojos de Julia) esca poco dopo la morte di Ernesto Sabato, maestro della letteratura bonaerense che ha fissato su pagina (pagine indimenticabili, per chi ha letto Sopra eroi e tombe) la sua ossessione e fobia per il mondo dei non vedenti, arrivando addirittura ad ipotizzare una fantomatica setta di ciechi perennemente invischiata in intrighi come minimo sinistri. Torniamo al film: la bella Julia, donna di mezz'età affascinante e affermata nel lavoro, sposata senza figli, percepisce che è capitato qualcosa alla sorella gemella. In effetti questa, alla prova dei fatti, si è suicidata. Con una corda al collo e ascoltando una canzone che odiava. Sara, la gemella morta, era cieca, in attesa di un donatore per poter tentare un'operazione di trapianto di cornea (o qualcosa del genere). Viveva sola. Da sei mesi non parlava con la sorella. Julia ( interpretata dalla bella e notevolmente brava, quantomeno in film di genere, Belen Rueda ) non crede che si sia trattato di un suicidio e si mette ad indagare.. Anche Julia è affetta dalla medesima malattia degenerativa che ha portato alla cecità la sorella, e non dovrebbe sottoporsi ad alcun tipo di stress. Indagare, ad esempio, su un possibile suicidio è da ritenersi motivo di stress. Julia se ne frega e indaga ugualmente, senza dar retta alla saggezza del marito che le vorrebbe evitare di infilarsi in un ginepraio senza via di uscita e riportarla alla sua vita di sempre e, casomai, a rimirare il cielo notturno nel deserto (così dice lui). Julia scivola ovviamente nell'incubo: donne cieche (e gnude) che spettegolano sulla sorella nel centro Bahumann (nulla di più inquietante di un centro per non vedenti con un nome teutonico), camerieri inopportuni, presenze invisibili, vicine di casa prive della vista e di qualche rotella, vicini di casa assatanati, rappresentanti delle forze dell'ordine increduli, vecchi abbandonati da tutti che sanno troppo e via discorrendo. In realtà più che un film sulla cecità ed i suoi mostri è un film sull'invisibilità quotidiana e le mostruosità che può generare, un bel film sull'invisibilità quotidiana e sui mostri che inevitabilmente finisce per generare. Un film molto ben orchestrato, con un'ottima sceneggiatura molto solida che struttura una storia in qualche modo non particolarmente innovativa in modo da renderla tesa e godibile. Quello della cecità al cinema è un sottofilone che di solito si articola su due generi, quello melodrammatico e strappalacrime e quello thriller-horror, questo film, se Dio vuole, fa riferimento al secondo genere, ed è uno dei migliori che si può ricordare. Per un motivo in particolare: perchè è fatto bene. Ben dosato, intendo dire. La tensione che cresce inesorabilmente, e la trama che si dipana senza svelarsi. Una buona regia, un'ottima fotografia e delle buone interpretazioni. Il ricorso stesso ad effetti che colpiscono allo stomaco lo spettatore è ridotto al minimo per un prodotto del genere, ed è sempre usato in maniera opportuna. Un ottimo thriller più che un film horror. L'idea è che, la stessa storia, messa in mano ad un regista americano, pungolato da un produttore americano, ne avrebbe fatto una vaccata splatter da un'ora e mezza. Il cinema spagnolo, invece, si trova in un periodo di grazia in cui riesce a sfornare ottimi prodotti, come già aveva fatto, ad esempio, con El Orfanato, film di ottima fattura, sempre con Belen Rueda come protagonista, e sempre con Guillermo del Toro come produttore. L'impressione è che la mano di Del Toro su diversi film di questi ultimi anni da lui prodotti si veda eccome, forse addirittura nell'omologare in parte i toni dei film tra di loro, ma si tratta di un'omologazione indubbiamente benvenuta perchè - caso raro - omologa verso l'alto.



  Sembra girato con l'apposito intento di sbugiardare il detto " Occhio non vedere, paura non avere " (cit. da Corvo torvo, di Vinicio Capossela).

Un film di Guillem Morales. Con Belen Rueda, Lluís Homar, Pablo Derqui, Francesc Orella, Joan Dalmau.
«continua
Titolo originale Los ojos de Julia. Horror, Ratings: Kids+16, durata 112 min. - Spagna 2010. - Moviemax uscita mercoledì 11 maggio 2011. - VM 14

sabato 2 aprile 2011

The ward (il reparto), di John Carpenter

Casomai qualcuno fosse preso da un raptus improvviso (e misterioso) e decidesse di uscire di casa col preciso intento di andare a vedere The ward, credo che come minimo dovrebbe essere messo al corrente di certe questioni connesse. Ad esempio c'è la più che buona probabilità che dopo soli cinque minuti (minuto più minuto meno), a sala buia, rischiate di essere assaliti dal dubbio di essere finiti in una macchina del tempo, dritti dritti nel bel mezzo degli anni 80, e questo nonostante il film sia ambientato negli anni 60. Poi avrete l'impressione di averlo già visto, questo film per il quale vi siete scomodati da casa e via discorrendo, e non solo la storia, ma anche gli interpreti che, pur essendo più o meno sconosciuti, si ha l'impressione di aver già visto in decine di film o telefilm o altre mostruosità del genere, e non solo gli interpreti, ma anche le ambientazioni, le battute e, non ultimo, il montaggio. Dopo all'incirca mezz'ora vi sarete convinti di star assitendo alla solita cagata senza senso, e vi mangerete le mani perchè forse avevate pregustato un bel thriller teso, magari con sfumature metafisiche o esoteriche o quel diavolo che è, e invece vi trovate di fronte ad una specie di horror che horror non è, in un'America che avete imparato a conoscere a memoria nella votra infanzia, con le solite bellocce bionde che vengono prese di mira o da qualche pazzo psicopatico o da qualche anima demonica tornata per non si sà quale pertugio nella nostra dimensione. In effetti, più o meno, le cose prendono quella piega. La ragazza bionda di cui sopra corre nel bosco in sottoveste bianca, arriva di fronte ad un fattoria abbandonata (o che si immagina abbandonata, o che si spera abbandonata) e, come se niente fosse, le dà fuoco. Rimane in ginocchio a guardare l'edificio in fiamme. Alle spalle, i campi di grano bruciati dal sole. Arriva la polizia, la prende su (a fatica) e la porta via. Se le inquadrature fossero durate qualche manciata di secondi in più invece di essere tagliate con l'accetta sul più bello, avrebbe potuto sembrare l'incipit di un noiosissimo film d'autore. Invece, in me che non si dica portano la ragazza bionda, che poco alla volta arriva ad apparire quasi belloccia, in un manicomio, o istituto di igiene mentale. Da lì, nel reparto. Nel reparto ci sono altre ragazze: quella più, quella meno, ma tutte fuori di melone, ovviamente. Nel microcosmo del reparto si scatenano le forze oscure del male che minaccerà le ragazze e la bionda protagonista di cui sopra, ormai quasi carina. Tanto carina quanto irriducibile. Negli anni 80 erano i lunghi corridoi vuoti dei college, la notte, a fare paura, qui sono i lunghi corridoi (più che altro un corridoio, neppure poi lunghissimo) del reparto, in contrapposizione all'angustia delle stanze-celle. Insomma, viene fuori che le ragazze poco alla volta scompaiono, che c'è in giro lo spirito di una ragazza misteriosa, una degente di qualche tempo prima che, ad occhio e croce, si intuisce deve aver fatto una fine poco piacevole. Mi fermo. Fino a qui, il film, è di una noia non proprio mortale ma quasi, e si sostiene su effettacci che forse negli anni 80 erano già anche sorpassati (corridoi appunto, e poi fulmini e tuoni a piene mani, manifestazioni spiritiche gommose, qualche scena gore fatta in casa, ecc.). Poi arriva il finale, e le cose cambiano, magari non molto ma un po' cambiano comunque, e all'improvviso vi trovate a pensare che forse, alla fine dei giochi, il film non era quella cagata già vista e rivista che pensavate. Magari non è un capolavoro (anzi, sicuro non lo è), ed è una cagata ugualmente, ma un'altra cagata, diversa da come l'avevate immaginata e temuta dopo i primi fatidici cinque minuti (minuto più, minuto meno). Quindi è bene non svelare come va a finire. Se ne può fare tranquillamente a meno (lo dico io che non sono un appassionato del genere, magari gli aficionados di Carpenter ne usciranno commossi), e non è uno di quei film che rimarrano nè negli annali nè nelle teste degli spettatori. Credo che sia l'ideale per i nostalgici di certo cinema (horror soft - thriller) di un certo periodo (anni 80 appunto). E' uscito nel 2010 e mi pare che i distributori non si siano scapicollati per mandarcelo qui in provincia-Italia il prima possibile.
  Avete presente la Corazzata Potemkin? Ecco, è parecchio diverso.
  Avete presente Halloween, the Fog, e Villaggi (dei) dannati, e Semi vari della follia? E' uguale.



USCITA CINEMA: 01/04/2011
REGIA: John Carpenter
SCENEGGIATURA: Michael Rasmussen, Shawn Rasmussen
ATTORI: Amber Heard, Danielle Panabaker, Lyndsy Fonseca, Mamie Gummer, Jared Harris, Mika Boorem, Leigh-Laura, Sean Cook, Sali Sayler, Jillian Kramer

FOTOGRAFIA: Yaron Orbach
MONTAGGIO: Patrick McMahon
PRODUZIONE: Echo Lake Productions, A Bigger Boat, North by Northwest Entertainment, Premiere Picture
DISTRIBUZIONE: BIM
PAESE: USA 2011
GENERE: Horror, Thriller
DURATA: 88 Min
FORMATO: Colore 2.35 : 1

venerdì 18 marzo 2011

Burke & Hare, ladri di cadaveri

La storia è vera, ci ricorda un'avvertenza nei titoli di testa, almeno quelle parti che non sono false. E in effetti, la storia è quella reale occorsa alla fine dell'800 (1827-1828, il periodo dei delitti) ad Edimburgo, quando i cadaveri erano estremamente ricercati al mercato nero come mezzi indispensabili per far progredire la scienza medica. I personaggi storici sono numerosi, dai due protagonisti Hare e Burke (seppur con biografie un po' diverse) Samuel Coleridge e William Wordswoth, fino al professor Knox, l'utilizzatore finale dei cadaveri, che all'epoca, pur avendo capito cosa stava capitando, chiuse un occhio per il buon servigio che così facendo apportava alla scienza, ed alla sua reputazione. Anche la moglie di Hare è una figura storica, anche lei complice dei traffici del marito e dell'amico del marito. Da quel che se ne sa, i veri Burke e Hare (più signora) erano nettamente più sgradevoli della loro odierna versione cinematografica, avidi, senza scrupoli, e con poco senso dell'umorismo (ma su quest'ultimo aspetto non ci sono fonti certe nè verosimili). All'epoca, la scienza medica poteva usare, per i suoi scopi, solo morti enne enne, vale a dire di sconosciuti, o di gente che era stata giustiziata. Per quanto c'è da immaginare che non fossero poi pochi, evidentemente, come si suol dire, i cadaveri non bastavano mai. Forse sarebbe stato necessario giustiziarne di più. Tant'è. La storia è conosciuta, molto nel Regno Unito, e in parte anche qui da noi (io la lessi su un libro cartonato rosso Mondadori - credo - sui misteri e delitti famosi, ma ero giovane e non so se faccia curriculum), e se non la si conosce si fa presto ad immaginarla: i due (che non se la passavano per nulla bene a finanze) incappano casualmente in un cadavere e scoprono che ci si può fare dei soldi (infatti lo vendono al dott. Knox, l'utilizzatore finale), subito dopo intuiscono che i cadaveri - malauguratamente - non piovono dal cielo, e un attimo dopo, come viene detto nel film, decidono di mettersi in affari. Fare affari coi cadaveri, avendo già il compratore, vuol dire in buona sostanza procurarsi la materia prima. Se la materia prima scarseggia e il mercato pressa con le richieste (probabilmente, secondo le leggi dello stesso, anche alzando il valore della merce), allora ci si fabbrica il bene di scambio. Vale a dire, il morto lo si fabbrica in casa. Burke e Hare, con benedizione ed aiuto della gentile consorte di Hare, diventano così degli assassini, e alla fine anche piuttosto benestanti. Non credo di essere un visionario se mi permetto di vedere in questo film un satira sul mercato e sulle sue leggi, leggi non morali ma empiriche, e se credo di scorgere una critica assai poco velata alla avidità umana, ed all'ipocrisia delle nostre società (passate, come nel caso in questione, presenti e future). Il boia, una sorta di narratore, un personaggio tutto sommato simpatico, si trova a condannare i due protagonisti perchè facevano soldi sui morti proprio nel momento in cui intasca un sacchetto di monete e lascia che venga portato via il cadavere di Burke. Forse in questo punto Landis ci strizza l'occhio e ci ricorda che lui non è diverso dai suoi personaggi, anche lui sta facendo i soldi coi morti, proprio quei morti che stiamo vedendo noi sullo schermo. Poi, in tutto questo bailamme di vittime e carnefici, c'è la storia d'amore tra Burke e un'attricetta graziosa (ed ex prostituta. "C'è differenza?", si chiede un personaggio) con mire shakesperiane, c'è l'invenzione della fotografia, ci sono Coleridge e Wordswoth cui viene impedito di entrare in un locale alla moda, ci sono i dottori e il loro ego, c'è la torma cenciante e malaticcia che è la popolazione dell'epoca, ci sono le impiccagioni alle quali il popolo assiste come noi assistiamo ai film (ma per loro era gratis). Tutti giudicano e tutti (o quasi) si vendono (e chi non si vende, vorrebbe poterlo fare). Una sceneggiatura non all'altezza dei precendenti storici di Landis abbassa di qualche punto il giudizio, ci sono gag che portano a sorridere, a volte, altre volte neppure a quello, ma il film rimane un buon film. Una magnifica scenografia che ci riporta nel bel mezzo della vita squallida e maleodorante dell'Edimburgo dell'epoca, una storia che nel suo complesso è ben strutturata, solida, con qualche guizzo ma non troppi. Qualche guizzo in più non avrebbe guastato, o magari un po' più di verve in generale. Per essere un film girato da un americano è un film piuttosto europeo, esattamente come, all'opposto, Sherlock Holmes di Guy Ritchie (brittanico) era un film estremamente americano. Buoni gli intepreti. Forse in certi casi anche molto buoni. E in più un cameo di Christopher Lee, nei panni di un morituro (che poi in effetti, nel breve volgere di un attimo o poco più, muore). Non vorremmo che più che un camero fosse una sorta di coccodrillo e, se anche così fosse, il film ce lo spiega: i soldi si fanno coi morti.

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Ladri di cadaveri - Burke & Hare

 

Un film di John Landis. Con Simon Pegg, Andy Serkis, Isla Fisher, Jessica Hynes, Tom Wilkinson. Titolo originale Burke and Hare. Commedia, durata 91 min. - Gran Bretagna 2010.

domenica 6 marzo 2011

Il discorso del re

  Se diamo retta ai brevi riassunti che dovrebbero invogliare l'entuale pubblico ad armarsi di buona voglia, lasciare le proprie poltrone casalinghe ed avventurarsi in cerca di una sala cinematografica, questo film parlerebbe dell'angoscioso problema di re Giorgio VI (Bertie per gli amici, pochi), cioè la balbuzie, e dei suoi sforzi per vincerla in vista del discorso alla nazione più importante dell'epoca, e cioè quello che annunncia l'entrata in guerra del Regno Unito contro la Germania Nazista. In realtà, se così fosse, non avrebbe senso darsi tanta pena per cercare la sala più vicina, trovare parcheggio, spendere i propri soldi e via discorrendo. Per fortuna, c'è molto di più. E' un film storico, nel senso che ciò che vi è narrato fa parte della storia, vi è in essa inscritto, ma in maniera intima, anche drammatica per certi versi, e per altri buffa. E' una storia famigliare e casalinga che sostiene ed è sostenuta dalla grande storia nella quale si sta immettendo. Parliamo delle paure di un essere umano a ricoprire un ruolo, ad essere all'altezza delle attese del suo popolo, ad essere all'altezza del giudizio che la storia vorrà riversargli addosso.Un uomo, che per quanto reale purosangue, intriso fin nel midollo di codici comportamentali elitari (e più), rimane solo un uomo, meno sicuro del fratello, meno carismatico del padre, e con l'handicap, terribile per l'epoca, della balbuzie. L'uomo, il re, deve combattere contro sè stesso per giungere al momento culminante: confrontarsi con la propria voce. Sarà di quella che si nutrirà il popolo inglese. Una voce. Una voce che dovrà rivaleggiare con quelle forti e trascinatrici di Hitler e Mussolini. Una voce che non riesce a finire una sola parola senza impappinarsi almeno tre o quattro volte. Bertie troverà sulla sua strada Lionel Logue (Geoffrey Rush, fenomenale), un logopedista dai metodi personali (e più o meno ortodossi) ma efficaci, che scaverà in lui, nelle sue corde vocali e, soprattutto, nella sua vita rigida e intrisa di paure fino al midollo. Il film è questo: la crescita di un uomo e delle sue paure, di un uomo con le sue paure, di un uomo che riesce ad affrontare responsabilità enormi nonostante le sue paure e che, poco alla volta, assume una figura, un portamento (vedere le riprese da dietro le spalle, in uniforme, prima e dopo il discorso radiofonico) e una grandezza che alla fine sarà la storia stessa a riconoscergli. Un gran bel film, assolutamente consigliato e da consigliare, al quale i trailer che passano in tv non rendono giustizia. Interpretazioni eccellenti, non solo di Colin Firth (Oscar come migliore attore), ma anche di Geoffrey Rush, Elena Bonham Carter e Guy Pearce su tutti. L'unico neo è l'interpretazione di Timothy Spall, colui che dovrebbe essere Winston Churchill (!), e che invece si limita a piegare gli angoli della bocca verso il basso e a camminare come se fosse un cow boy appena sceso da cavallo. Per il resto un ottimo film.

USCITA CINEMA: 28/01/2011
REGIA: Tom Hooper
SCENEGGIATURA: David Seidler
ATTORI: Colin Firth, Guy Pearce, Helena Bonham Carter, Timothy Spall, Geoffrey Rush, Jennifer Ehle, Derek Jacobi, James Currie, Tim Downie, Michael Gambon, Anthony Andrews, Eve Best, Claire Bloom

domenica 27 febbraio 2011

Biutiful, di Alejandro Inarritu


Alejandro Inarritu è senza dubbio un grande regista, quantomeno a mio parere. Ha girato un capolavoro, Babel, un film magnifico, Amores Perros, e un bel film tanto noioso quanto sopravvalutato, 21 Grammi. Ora arriva nelle sale italiane la sua ultima fatica, Biutiful, il primo scritto senza avvalersi della solida mano dello scrittore e sceneggiatore messicano Guillermo Arriaga (dopo il litigio con Inarritu gira il film Burning Plane, di cui è sceneggiatore e regista), e si sente. Cioè si sente la sua mancanza. Innanzitutto ne risente la struttura stessa della storia che ora non si avvale di più storie che avanzano ad incastro, ma segue un fluire lineare, dove solo l'inizio e la fine del film si riuniscono a specchiarsi. L'inizio è la fine, e viceversa. E poi, più in generale, ne risente una certa qualità d'insieme, un occhio da scrittore che sappia soppesare il materiale che ha in mano e, soprattutto, che sa quando sfoltire e andar via leggero e quando, viceversa pigiare la mano. In questo caso la pellicola avrebbe tratto vantaggio dall'opera di una mano che sapesse appesantire troppo la trama, che risultà così troppo caricata. Arriviamo al punto: stiamo parlando della storia di un uomo che scopre di avere il cancro e di potersi giocare solo un paio di mesi di vita. Quest'uomo è anche padre di due figli, che vorrebbe non dover lasciare. Sempre quest'uomo vive in un eterno tira e molla con la moglie, afflitta da disturbo bipolare della personalità, vittima di sè stessa e del suo male, afflitta da comportamenti autolesionistici e incapace di badare ai due figli. Quest'uomo vive a Barcellona, una Barcellona tristissima, se non cattiva comunque insensibile, grigia e post industriale come mai nessuno l'aveva mostrata, e per vivere procaccia lavori in nero ad un industriale irregolare cinese, sfruttatore dei propri stessi concittadini, inoltre cordina un gruppo di venditori abusivi senegalesi e paga la polizia perchè chiudo un occhio su tutto questo mondo. In più quest'uomo ha un dono, parla coi morti e li aiuta ad andare dall'altra parte, nell'aldilà. Ha un fratello mezzo delinquente e gaudente che approfitta delle turbe della moglie. Qualche fotografia del padre che sono l'unico ricordo che di lui, non perchè non abbia altro del genitore (e può darsi che effettivamente non abbia niente di lui) quanto perchè proprio non lo ricorda neppure. La mamma, manco a parlarne. Questo elenco per dire che i toni scuri sono troppo sovraccaricati. Ed è il principale difetto del film che, al di là di questo, rimane un bel film. Innanzitutto perchè è girato da Inarritu, cioè con sapienza e sicurezza. Ottima la scelta di mostrare il volto freddo e triste di una città che, qui, perde qualsiasi connotazione turistica o da quadretto melenso alla Woody Allen di Vicky Cristina Barcelona (dubito che ci siano in giro voci secondo cui Inarritu ha preso soldi dalla Generalitat de Catalunya per girare questo film a Barcellona). E poi, pur non essendo ai livelli di Arriaga, la sceneggiatura rimane comunque solida e sa portare per mano lo spettatore dall'inizio fino alla fine del film, cioè dall'inizio all'inizio, come ho già accennato poco sopra, o per meglio dire dalla fine alla fine. Poi c'è la principale virtù di questo Biutiful, e cioè l'interpretazione di Javier Bardem, semplicemente eccezionale. Inarritu ha spiegato in un'intervista di aver chiesto a Bardem di recitare per sottrazione, senza appesantire il personaggio, e in effetti il suo attore lo ha fatto in maniera ineccepibile. Se rimane un buon film e, soprattutto, un bel film, buona parte del merito va a Bardem, questo è indubbio. Se dovesse vincere l'Oscar, questa volta come miglior attore protagonista, non ci sarebbe nulla da eccepire, piuttosto ci sarebbe da chiedersi come ha fatto a vincerlo come attore non protagonista per l'interpretazione del killer psicopatico nel film dei fratelli Cohen "Non è un paese per vecchi" (una vera porcata, e lo dice un fan dei Cohen!). Ottima anche l'interpretazione di Hanaa Bouchaib, che ha il ruolo della figlia.
  E' un film sulla morte, sul suo significato, e sulla vita e sulla sua mancanza di significato. Una storia sul rapporto tra un padre e i suoi figli. Di un uomo che cerca disperatamente di mettere ordine nella sua esistenza (e in quella di altri) senza mai riuscire nell'intento. Cosa c'è là?, domanda Bardem con l'ultima battuta del film.

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Biutiful

Un film di Alejandro Gonzalez Inarritu. Con Javier Bardem, Maricel Álvarez, Eduard Fernández, Diaryatou Daff, Cheng Tai Shen.
continua»
Drammatico, durata 138 min. - USA 2010.

venerdì 21 gennaio 2011

Qualunquemente


Se volete ridere, evitatelo. A meno che non vi piaccia ridere sentendovi male, o piangendo nel contempo, o guardandovi allo specchio e vedendovi riflesso un vaso di begonie. Non è un film comico, piuttosto un saggio sociale travestito da film comico, perchè, come si sa, in Italia se vuoi dire qualcosa di serio devi travestirti da pagliaccio altrimenti la gente se ne ha a male e si offende.E' l'analisi impietosa e brutale delle origini stesse del berlusconismo, e come tale, cioè in quanto origine, dal berlusconismo abbondantemente superato. Non troverete alcun spunto, per quanto assurdo ed abbietto possa essere, che non si sia già verificato nella realtà. Anzi, certi sviluppi sono rimasti fuori, forse perchè gli sceneggiatori non hanno sufficiente fantasia o coraggio per azzardare certe cose.
Il film si apre con una scena da film di mafia, ma c'è un particolare, non è una runione mafiosa, è una riunione sistemica, nel senso che di "sistema" ha dato il pentito Calcara, cioè qualcosa che è al di sopra della mafia e di cui la mafia è semplicemente una parte, non per niente si intravede tra i partecipanti un prete. Sistema, cioè mafia, massoneria deviata, servizi segreti deviati, imprenditoria criminale e massonica e alte sfere vaticane. Poi, gli slogan assurdi e vuoti, il colore (in questo caso il viola) che invade il paese, le autobomba come avvertimento che, si sa, chi non sa scrivere è aduso a comunicare i propri sentimenti col tritolo, poi reificazione della donna, la controeducazione delle giovani generazioni, la grigezza del candidato concorrente, che non trova una via per comunicare coi cavernicoli che lo circondano, i brogli elettorali che ricordano tanto quelli denunciati nel documentario Uccidete la democrazia (di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani, 2006) e infine la totale assenze della società civile. Il simbolo della corona che invade magliette e spille e non si capisce se vuole essere un omaggio al trash di Corona o un riferimento alla Sacra Corona Unita o alla Massoneria, o magari a tutti e tre. E il ponte sullo stretto (un qualsiasi stretto dei tanti che possiamo immaginarci). E il sogno della presidenza della repubblica. Appunto, è una sorta di prequel degli anni tristi e freddi che seguiranno. E che sono già seguiti.
Subito dopo Mani Pulite in Italia si alzò un pericoloso vento di legalità, presto spazzato via, qualunquemente, dagli italiani stessi.

Un film di Giulio Manfredonia. Con Antonio Albanese, Sergio Rubini, Lorenza Indovina, Nicola Rignanese, Davide Giordano.
Commedia, durata 96 min. - Italia 2011. - 01 Distribution

mercoledì 6 gennaio 2010

Moon, L'uomo che cadde sulla terra


MOON.

Le dimensioni del mio caos, album di Caparezza, traccia 9, Cacca nello spazio, ad un certo punto potrete gustarvi la seguente frase: "Vuole fare il pieno di lavoro alieno da pagare meno che altrove". Più o meno è il concetto, o la denuncia, che sta dietro al film di Duncan Zowie Jones (Bowie). Infatti Moon, non è un film di fantascienza come siamo abituati a vederne da qualche anno a questa parte, cioè mix molto attenti di aspetti realistici, banali e riconoscibili, e impianti di tecnologia futurista, tali da porci il dubbio che non si tratti poi di fantascienza, quanto piuttosto di futuro prossimo venturo. Moon è un film di fantascienza vecchio stampo, ambientato in una base lunare, con tanto di computer tipo Haal200, pozioni di cibo in bustine, e astronavi autocomandate che fanno la spola tra la terra e la base. Questa, quantomeno, è la porzione di realtà di futuro che ci è dato vedere nella pellicola, poi ne esiste un’altra, che intuiamo grazie ai videomessaggi che il protagonista si scambia con la moglie e la figlia sulla terra, e la indoviniamo del tutto simile alla nostra. La vita sulla terra, sembrerebbe, non è poi tanto dissimile da quella che viviamo noialtri, qui sulla madre terra, al giorno d’oggi, tempo presente.
Ma, perché il tempo di permanenza nella base è di 3 anni? Perché c’è solo una persona che rimane, lungo questo periodo, a vivere nella base? Davvero la moglie è a casa che lo aspetta? Potrà tornare a casa, dalla moglie? E il computer, che è il suo tuttofare, è davvero dalla sua parte? Sono peggio gli umani o i computer? E poi altre domande che si accavallano poco alla volta che la storia procede.
Il protagonista, e sostanzialmente unico personaggio (più o meno), è Sam Bell, e sta per esaurire il suo periodo di tre anni di lavoro sul satellite Luna. E’ in fibrillazione all’idea di tornare a casa, dalla bella moglie e dalla figlia piccola. Però capita qualcosa, qualcosa che ha che fare con delle visioni, forse, se poi sono delle visioni, poi ha un incidente, deve rimettersi, deve aspettare.
Poi, dovrà attendere ancora una manciata di ore che arrivi la squadra di emergenza dalla terra, per sistemare i danni causati dall'incidente e riportarlo a casa, ma questa manciata di ore si dilateranno abbastanza da permettergli di comprendere la vera natura del suo compito alla base e, soprattutto, il senso della sua vita.
Di più, è bene non dire, se non che la differenza principale con la fantascienza classica sta nel fatto che il nemico non viene dallo spazio e neppure da dentro sé - il cosidetto inner space - ma dalla natura della multinazionale che gestisce la base lunare. Non è petrolio, in questo caso, ma qualche forma di energia che i “mietitori” (enormi marchingegni che incessantemente “trattano” il suolo lunare) estraggono dalla superficie della Luna. A cosa è disposta una multinazionale pur di fare (più) soldi, e minimizzare i rischi e i problemi?
Da ascoltare bene i brandelli di articoli di giornali e di tg che si sentono alla fine del film, con la terra e i titoli di coda che si avvicinano all’orizzonte.
Una gran bel film, un’odissea cerebrale più che spaziale, che ci offre un bel pacchetto di domande già scartate e poste sotto gli occhi di tutti, che pare andare in una direzione e poi vira verso un lettura di denuncia sociale, più o meno.
Ottima opera prima di Duncan Jones,il figlio di David Bowie, l’uomo che cadde sulla terra, sostenuta da una solida interpretazione di Sam Rockwell.
Tre stelline, da vedere, e una pacca sulla spalla.




Regia: Duncan Jones
Sceneggiatura: Nathan Parker
Attori: Sam Rockwell, Kevin Spacey, Malcolm Stewart, Dominique McElligott, Kaya Scodelario, Benedict Wong, Matt Berry, Robin Chalk Ruoli ed Interpreti
Fotografia: Gary Shaw
Montaggio: Nicolas Gaster
Musiche: Clint Mansell
Produzione: Liberty Films UK, Lunar Industries, Xingu Films
Distribuzione: Sony Pictures
Paese: Gran Bretagna 2009
Uscita Cinema: 04/12/2009
Genere: Fantascienza, Thriller
Durata: 97 Min
Formato: Colore 35MM - 2.35 : 1

martedì 29 dicembre 2009

A serious man

Partiamo dagli aspetti positivi. Se dovessi scegliere tra vedere “A serious man”, pur essendo ben conscio di quello cui sarei costretto ad andare incontro, e una martellata sui coglioni, certamente sceglierei “A serious man”, senza ombra di dubbio. Credo, in termini medici, si chiami “riduzione del danno”.
E così per altre sventure, come terremoti, cancro al colon, rinsecchimento delle proprie capacità virili e via discorrendo. Per tutto il resto, e lo consiglio a chiunque, eviterei quest’ultimo film dei fratelli Cohen come la peste.
E’ difficile pensare che stiamo parlando degli stessi fratelli Cohen che hanno scritto e girato Il grande Lebowsky, Fargo, e Fratello dove sei? Pare che i successi mietuti, immeritatamente, con l’imbarazzante Non è un paese per vecchi, debbano avergli dato alla testa facendo loro credere che qualsiasi storia gli passi per la testa diventi per forza un capolavoro.
Il loro cinema è sempre stato considerato un connubio perfetto tra comicità e senso del grottesco. Ora, in questo caso, per questo A serious man, la comicità è probabilmente intellegibile solo per qualcuno fortemente addentro alla cultura yiddish, anche se ho il dubbio che nemmeno Moni Ovadia lo troverebbe divertente. Per quel che riguarda il grottesco, ammettiamolo, è grottesco, ma privo di verve. Michael Stuhlbarg, il protagonista, attore con pochi ruoli all’attivo, non ha le caratteristiche né le capacità di un Jeff Bridges, di un George Clooney o di uno Steve Buscemi, e si limita a portare stampate in faccia una perenne espressione di stupore sconsolato che potrebbe stare bene in una filodrammatica o, al più, in un cinepanettone nostrano, alla Neri Parenti per intenderci. Gli attori minori sono relegati a ruoli minori e sostanzialmente ininfluenti. La storia, in pratica, è come non ci sia: le sfighe che capitano addosso al protagonista, una dopo l’altra, e la sua ricerca di una logica a ciò che gli capita tra capo e collo, ricerca se non grido di aiuto che spera di veder soddisfatto all’interno della comunità ebraica nella quale vive. Le risposte non arrivano, perché Dio è lontano, imperscrutabile, e non deve conto a nessuno di quello che fa. Fine.
Viene il dubbio che sia un film di svolta nella filmografia dei Cohen, e che non voglia essere comico grottesco, ma serio, pensoso, che voglia rivisitare una fase della vita di uno dei due, Joel o Ethan, o di tutti e due, ma in tutta sincerità non mi pare che abbia la profondità richiesta da un tentativo del genere. In più, a volte, durante il film, si ha l’impressione che si stia cercando di far ridere lo spettatore, o quantomeno sorridere, ma non so, non ne sono così sicuro. Comunque, nonostante le votazioni che si possono trovare su qualsiasi sito di cinema, e le recensioni ultrapositive, vi prego di crederci se vi dico che è una palla tremenda. Da evitare come le tasse, le buche per la strada, i testimoni di Geova e qualche altra calamità.

Leggerete, o vi diranno, che è bello, che un bel film, ha un umorismo sottile, che sono sempre i Cohen, i grandi Cohen. Non ascoltateli! Mentono, tutti!






Regia: Joel Coen, Ethan Coen
Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen
Attori: Simon Helberg, Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Adam Arkin, George Wyner, Katherine Borowitz, Fyvush Finkel, Steve Park, Raye Birk, Amy Landecker, Stephen Park, Sari Lennick, Allen Lewis Rickman, Fred

lunedì 28 dicembre 2009

Sherlock Holmes (contro il Nuovo Ordine Mondiale)


Si potrebbe intitolare “ Sherlock Holmes contro il Nuovo Ordine Mondiale ” questa ultima trasposizione del più famoso investigatore di tutti i tempi (anche se, a ben vedere, credo che il primo posto se lo contendano lui e sir Mickey Mouse). Ha un violino tra le mani, talvolta, ma non lo suona in maniera neppure lontanamente convenzionale, si limita a tirarne fuori sinistri suoni dodecafonici. La sua forza è la logica deduttiva, come sempre, ma non disdegna di menare le mani, e lo fa anche con un certo argume cerebrale e non poca soddisfazione. Fuma la pipa, ma la usa anche come detonatore e riesce a non farne a meno neppure nelle acque gelide del Tamigi. Per fortuna non ha più in testa quell’orribile cappello che tanto lo ha caratterizzato. S’intende di chimica, ha un olfatto sopraffino e un sottile humor inglese, vive in un alloggio che è per metà “antro del mago” e per metà immondezzaio, sempre in procinto di fare qualche scoperta che cambi la storia del mondo, o quantomeno che cambi qualcosa. Testa i suoi esperimenti sul cane, che più che altro si limita a dormire, e s’ingegna nel boicottare il matrimonio tra il fido Watson (Jude Law) e la sua fidanzata (Kelly Reilly). Questo e qualcosa d’altro il nuovo Sherlock Holmes (Robert Downey Junior) in salsa Mister Guy Ritchie.
Studiato per dieci anni dal produttore Lionel Wigram (che ne ha anche tirato fuori un fumetto che ha funzionato da soggetto), il restauro del vecchio Holmes è la cosa più riuscita del film, e non è poco, considerando che il film è ben riuscito in toto. L’aggiornamento regala a Holmes tratti nuovi e moderni, pur rimanendo fedele alle caratteristiche che l’hanno reso famoso. Si ha l’impressione che se dovessero venir scritti oggi, i romanzi di Sherlock Holmes, lo dipingerebbero esattamente così, gentiluomo con le pezze al culo, malato di noia, geniale, canaglia e simpaticamente attaccabrighe. Sprezzante quel tanto che è consentito a chi è fuori dalla norma. E Holmes è esattamente così, al di fuori di tutto, forse anche della realtà, soprattutto della realtà. Quando non ha un caso per le mani si seppellisce nel suo studio in stato semicatatonico, o rischia di far saltare in aria mezza Londra seguendo i suoi esperimenti, forse neppure tanto improbabili. Watson, che per fortuna è stato interpretato da Jude Law e non da Gerard Buttler (troppo muscoloso, avrebbe finito per fare dei due una coppia di buttafuori con la passione per l’indagine deduttiva), come in un primo tempo doveva essere, è l’altra metà di Holmes, l’intelligenza che non si spinge al genio, ma che rimane ancorata alla realtà, ed è esattamente questo il suo ruolo, più che non esserne un contraltare è l’anello che tiene, con difficoltà, Holmes legato alla realtà. Watson è l’ultimo baluardo che divide il suo capo-amico dalla follia.
Non immaginatevi, come è stato scritto di trovare un Holmes donnaiolo, è solo un abile ammiccamento del trailer, ma non ha nulla a che vedere con la realtà del film. Holmes ha un debole per Rachel McAdams, simpatica ladra stile Moulin rouge, che a sua volta ha un debole per Holmes, ma il rapporto tra i due è sublimato da una sfida tutta cerebrale e di abilità, diciamo così, professionale. E questo è un altro dei punti a favore del film, e del personaggio, Sherlock è sempre perfettamente in bilico tra corporeità e violenza, e genio e deduzione. Forse l’anello debole è Mark Strong, nel ruolo del cattivissimo Lord Blackwood, più o meno ispirato ad Aleister Crowley, che più che essere cattivo pare essere serio, forse troppo serio, e considerando la somiglianza dell’attore con Stanley Tucci, solitamente attore da commedia, non è esattamente il massimo che ci si può aspettare da un cattivo che pretende di essere in stretti rapporti addirittura col diavolo in persona.
Per il resto si può parlare di un prodotto ben congegnato, dove la fotografia di atmosfera di Philippe Rousselot si completa alla perfezione con la computer grafica che ricostruisce con mano sicura una Londra d’altri tempi.
E infine, la storia. Non è la cosa più importante, anche se non è da sottovalutare. Holmes si trova a combattere contro la massoneria che infesta tanta parte della vita politica e non solo del Regno Unito (e non solo), e contro il progetto di mettere in atto l’oggi tanto temuto Nuovo Ordine Mondiale. Si direbbe che si racconta dell’altroieri per parlare dell’oggi, ma in maniera leggera, da film d’azione, adrenalinica come tutto il cinema di Guy Ritchie che qui fa un passo indietro e lascia da parte le sue storie ad incastro e i suoi montaggi vertiginosi, senza dimenticare però come si girano le scene di scazzottate come Dio comanda.
Se c’è un appunto che mi sento di fare è che, pur non mancando, mi sarei aspettato una maggior verve nei dialoghi, una manciata di battute da portarsi a casa e da utilizzare scherzando con gli amici. Sempre che uno li abbia, gli amici. Altrimenti, aspettate il sequel. Ci sarà anche Moriarty, che qui c’è, lo giuro, ma non si vede.



Regia: Guy Ritchie
Sceneggiatura: Mike Johnson, Anthony Peckham, Guy Ritchie
Attori: Robert Downey Jr., Jude Law, Rachel McAdams, Mark Strong, Eddie Marsan, Kelly Reilly, James Fox, Hans Matheson, Robert Stone, William Hope, Robert Maillet, David Garrick, William Houston, Terry Taplin
Fotografia: Philippe Rousselot
Montaggio: James Herbert
Produzione: Village Roadshow Pictures, Wigram Productions, Lin Pictures, Silver Pictures
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Paese: Gran Bretagna, USA 2009